La buffa gatta col nasone
6 luglio 2009. So quando se ne è andata, ma non so quando è nata, anche se me la ricordo da piccolina. Lei era nata nel giardino del mio vicino, assieme al suo fratellino, figli della gatta del portiere. L’avevo vista qualche volta zampettare dietro la recinzione. Poi le cose della vita sono successe: il portiere è morto, la gatta se ne è andata, e lei è rimasta col fratellino a casa del vicino, che si professava amante degli animali. Così tanto amante, da non curare la sua congiuntivite, da tenere un altro gatto al guinzaglio legato a un albero per non farlo scappare.
E poi ancora le cose della vita. Il mio vicino è stato sfrattato, anche se andava dicendo a tutti che doveva partire per lavoro. Andando via mi lasciò tre scatolette, se per piacere potevo dar da mangiare ai gatti. Naturalmente nel mio giardino, Io di gatti ne avevo già quattro, e arrivare di colpo a sette commensali fissi non mi faceva tanto piacere. Poi dopo qualche giorno il vicino tornò, ruppe i sigilli dell’appartamento e tutto ricominciò come prima, tranne il gatto al guinzaglio , che una volta slegato si guardò bene dal riapparire.
E ancora una volta le cose della vita. Il vicino morì pochissimo tempo dopo per un infarto, i parenti svuotarono la casa, il legittimo proprietario cambiò la serratura, e dei gatti non si interessò nessuno.
Era il periodo del calore, e i gatti non li vidi più.
Riapparve solo lei, un mesetto circa dopo. Magrissima, gli occhi completamente tappati e incrostati di muco, naso colante, orecchie nere di acari, diarrea e un fiato da uccidere un plotone. Incinta. Era ritornata nell’unico posto in cui probabilmente aveva mangiato qualche volta, visto che a giudicare dal suo aspetto e dai suoi occhi, escludo che possa aver acchiappato anche solo una lucertola. Era incinta, cosa dovevo fare? La portai dal veterinario, la curai. La chiamavamo Ciechina. E lei si faceva manipolare, disinfettare, bucherellare, lavare le orecchie, prendeva pasticche, senza fare un fiato. E subito dopo le torture quotidiane, invece di scappare, rimaneva lì a strofinarsi sulle gambe. Viveva fuori in giardino, non voleva essere presa in braccio e non sapeva fare le fusa, ma sorrideva. Quella gatta sorrideva sempre.
Poi un giorno gli occhi finalmente si aprirono, erano verdi e belli, anche se sempre un po’ velati dalla terza palpebra. Continuammo a chiamarla Ciechina, anche se era ormai chiaro che ci vedeva.
Partorì il 28 maggio su una sedia, due topini striminziti e neri, ma in ottima salute. E una terza, che trovai casualmente da un’altra parte sotto una grondaia, proprio dove probabilmente aveva provato a saltare per tornare nel giardino dove era nata. Alla piccolina dovetti tagliare io il cordone ombelicale, ma appena la misi accanto a lei, la leccò e la allattò subito.
Non voglio dilungarmi a raccontare il periodo stupendo in cui ebbi tre gattini dentro casa, con mamma e quattro baby sitter pelose che gli stavano addosso tutte e cinque a controllarli. Trovai casa a tutti e tre, e poi venne il momento di cercarla anche a lei. La sterilizzai, chiesi in giro, misi annunci, ma nessuno si presentò in piena estate per una gatta col nasone, le orecchie da pipistrello e quattro piedoni taglia quaranta, con annessa congiuntivite recidivante. Così decisi di portarla in una colonia felina. Mi preparai, misi la gabbietta davanti alla porta e la chiamai. E lei venne, allegra, col suo sorriso stampato in faccia e un fumetto che diceva “Eccomi mamma, eccomi, cosa facciamo?”. E mi cedette il cuore. Come si può portare in una colonia una gatta che si fida così tanto di te?
Dove mangiano quattro, mangiano cinque, mi dissi, e Cecov rimase. Ebbene sì, Cecov fu il suo nome. Ciechina non andava più bene, provai con Tiffany ma non le piaceva, e fra tutte le varianti di Ciechina, l’unico che fu di suo gradimento fu Cecov. Nome importante e da maschio, ma se a lei andava bene così, andava bene anche per me.
Non posso ora raccontare quattordici anni con Cecov. Troppo lunghi. Ma posso raccontare di come imparò a stare in braccio, all’inizio rigida come un baccalà, e poi sempre più sciolta, anche se non è che le piacesse troppo, non quanto spaparanzarsi sulla pancia di chi stava sul divano e zampinare selvaggiamente con le sue unghie lunghissime. O dell’emozione che provai quando per la prima volta fece le fusa. Delle sue passeggiatine nel cortile condominiale, dove era adorata da tutti; dell’allegria con cui si alzava la mattina e andava a dormire la sera, del suo posto sul letto che difendeva tenacemente, delle provocazioni al cane del vicino che osservava da dietro la recinzione facendolo impazzire di rabbia. Della sua benevolenza verso tutti i gatti condominiali che si sono avvicendati nella mia cucina per rapide mangiatine abusive. Della sua adorazione per il monitor del pc, ma solo quando qualcuno ci si sedeva davanti. Della sua passione per il cesto della biancheria da lavare, dei dispetti che faceva alle altre andando a slinguazzare nelle loro ciotole sapendo che non avrebbero mangiato più. Della curiosità allegra e positiva che aveva nei confronti degli esseri umani, della paura matta del veterinario e della macchina, delle passeggiatine sul tetto della veranda dal quale non sapeva più scendere, o per lo meno a lei piaceva tanto che ci credessimo, così ero costretta a prendere la scala per salvarla, e poi proprio mentre tentavo di acchiapparla lei veniva giù saltando sul muretto e poi a terra, guardandomi come se la deficiente fossi io.
Ma non voglio raccontare della rapidità con cui se ne andò, non più di dieci giorni dalla prima visita dal veterinario, un carcinoma fulminante alla trachea. Per lei, non ero preparata. Aspettavo che la prossima fosse una delle altre tre, tutte sopra ai 17 anni, non lei che ne aveva “solo” 15, che chiamavamo ancora “gattino Cecov”.
Oggi, 10 luglio, sono quattro giorni che lei è da qualche parte, forse sul ponte, forse ancora qui invisibile a noi. E la sua assenza si sente come il silenzio della campagna per chi è abituato a vivere in città. Non c’è più nessuno sul divano, a distruggerci la pancia di unghiate. Non c’è più il suo nasone che spunta da dietro una porta per curiosare, e neanche la sua coda perennemente dritta, impossibile da tirar giù, neanche a forza. Lo so che è stata felice, e anche molto. So che ha fatto la vita più bella che un gatto possa desiderare. So di non aver nulla da rimproverarmi nei suoi confronti. E so anche che ho ancora con me tre vecchione a cui voglio un bene dell’anima. Eppure quei quattordici anni che abbiamo vissuto insieme mi sembrano durati un soffio, e un piccolo tarlo dentro di me, un tarlo assolutamente normale e inevitabile, mi continua a dire che avrei potuto coccolarla di più, carezzarla di più, tutte le volte che si avvicinava a strusciare le guance pretendendo vicinanza assoluta. Ma temo che sia normale. Quando la morte ci porta via qualcuno che abbiamo amato, rimane sempre la sensazione di aver perso qualche momento magico.
6 luglio 2009, un’altra data che non potrò, e non vorrò, mai dimenticare. E in mancanza di una data di nascita, il ricordo di una gattina che razzolava nell’erba al di là della recinzione, e che allora non avrei mai immaginato di poter amare tanto.


Ultimo aggiornamento (Sabato 10 Aprile 2010 10:44)


