Trotti dagli occhi di cielo
Trotti arrivò a casa mia il giorno in cui compivo diciotto anni. Me la portò il mio ragazzo in uno scatolone, l’aveva salvata mentre affogava in una pozzanghera. Era un soldino di cacio di non più di un mese, bianca e grigia, col pelo dritto come un piumino, il nasino rosa e gli occhi blu. Blu come tutti quelli dei gattini neonati, solo che a lei rimasero di quel colore. Appena tirata su dallo scatolone, cominciò a fare delle fusa sproporzionate al suo corpicino, tanto che un’amica presente disse “Ma sembra un trotter”. E così la chiamammo Trotter. Salvo scoprire poco dopo che era una signorina, per cui il nome fu ingentilito in Trotti.
Trotti fu allevata e cresciuta dalla vecchia siamese di casa che le insegnò tutto quello che un gatto non deve fare, compresa la passeggiatina sulla ringhiera del terrazzo che regolarmente mi preannunciava l’infarto. Quello che invece imparò da sola, e non da quella bisbetica della vecchia siamese, fu l’arte di ingraziarsi a suon di fusa e strisciatine il mondo intero. Era una gatta nel vero senso della parola.
Trotti venne con me a Firenze quando mi sposai, e lì visse il più bel periodo della sua vita. Avevamo una casa con le finestre sui tetti, un albero di fronte e nessuna possibilità di finire su una strada trafficata, libertà di uscite notturne e di divani diurni sui quali poltrire e invitare gli amici. Avevamo diversi gatti ospiti, qualcuno apprezzava così tanto la cucina di casa che diventava difficile metterlo alla porta e rimandarlo a casa sua.
A Firenze d’inverno faceva freddo e casa nostra non era un gran che riscaldata. Misuravamo la temperatura dal naso di Trotti: bianco se era freddo, rosa acceso se la temperatura si alzava. La notte, si infilava nel letto fra me e mio marito, e noi guardavamo il suo naso aumentare di colorazione fino alla temperatura ideale. Per lei e per noi.
Trotti ebbe due gravidanze a Firenze. La prima non andò a buon fine, non trovammo neanche i piccoli se non una gran chiazza di sangue. La seconda gravidanza le stetti addosso come una nonna ansiosa, non volevo che finisse come la prima: e assieme a me, le stava addosso anche il futuro padre, un enorme gattone tigrato a pelo lungo con un capoccione colossale, che chiamavamo Vercingetorige. Grosso e farlocco, strapazzato dai capricci della gestante e costretto a mangiare solo quando lei aveva finito, ma sempre devoto e adorante. Peccato che quando i tre gattini nacquero, ci accorgemmo che, oltre che farlocco, Vercinge era anche becco, come si dice in fiorentino: i gattini, uno era bianco e nero e due siamesi, perfetti. E così ci ricordammo del maestoso ed altero siamese che qualche tempo prima era venuto in visita dalla grondaia. Solo Vercinge non se ne rese mai conto, ed adempì alla sua funzione paterna con dedizione, pazienza, e lo stesso livello di farloccaggine che aveva nei confronti della sua fedifraga compagna.
Vivere due mesi con i tre piccolini fu stupendo. Quando se ne andarono, ognuno adottato da una famiglia diversa, di loro mi rimasero le impronte delle zampine sul pavimento di cotto toscano, lasciate il giorno che impararono quanto è bello mangiare il pesce direttamente entrando nel piatto, Immagino che quella fila di zampine sia ancora lì, a distanza di più di trent’anni.
Quando tornammo a Roma, Trotti si dovette limitare a un davanzale, dal quale elemosinava pezzetti di sogliola alla vicina, che regolarmente glie li allungava.
Ero in attesa del mio primo bambino, e Trotti trovò molto divertente usare come cuccia la carrozzina che avevamo preparato in anticipo. So che questo farà inorridire molte mamme in attesa, ma Trotti era la mia prima bambina, e se si godeva un po’ la carrozzina prima che arrivasse il suo legittimo proprietario, che male c’era? Anche se devo ammettere che quando il legittimo proprietario arrivò e lei fu sfrattata, la prese come un delitto di lesa maestà e non mi rivolse la parola per giorni.
Trotti morì a sette anni cadendo dal quinto piano. Era estate, e l’avevo lasciata a casa dei miei genitori, con la vecchia siamese bisbetica, come ogni estate. Da brava gatta smorfiosa, era riuscita ad entrare nelle grazie della vicina che le dava da mangiare, ed era diventata un botolo. Per andare dalla vicina, doveva saltare il divisorio che divideva il nostro terrazzo dal suo. Fu trovata dal portiere sul selciato, proprio lì sotto. Forse era diventata troppo grassa per farcela.
La casa senza di lei divenne vuota nonostante la presenza di un bambino di pochi mesi, e dopo di lei non volli più animali. Dovettero passare sei anni prima che nella mia vita entrasse casualmente Briciola, ma questa è un’altra storia. Mio figlio non si ricorda di lei, è normale. Ma io ho sempre detto che non avrei mai più avuto una gatta come lei, e lo confermo ancora oggi, dopo trent’anni, un cane e cinque altri gatti. Trotti era la gattità assoluta, l’essenza della felinità, l’indipendenza e l’affettuosità fuse insieme. Le dicevo sempre scherzando che quando sarebbe morta, mi sarei fatta una collana con i suoi occhi azzurri e il suo naso rosa, e ora li vedo ancora, splendenti come sono sempre stati, una collana ideale che porto ancora con me.
Di tanti gatti di cui è stata costellata la mia vita, Trotti rimane quella più importante. Non me ne vogliano le mie quattro vecchione di ora, le amo tutte allo stesso modo, ma non è un caso che Trotti qualche volta mi ritorni ancora a trovare in sogno. So che mi aspetta. Con Briciola, con Charme, Mimmi, Mitzi, Lince…ma lei e Briciola sono in prima fila, il comitato di benvenuto sul Ponte, in attesa.



